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Il Molise: una favola da raccontare by Cucchiaio di stelle

C’era una volta una ragazzina che aveva paura anche di andare sulle giostre, quelle troppo alte e troppo veloci, perchè quando ci saliva si sentiva schizzare il cervello fuori dalle orecchie e aveva paura di non ritrovarlo più. Quindi evitava i luna park in tutti i modi, tenendosene alla larga. Poi un  giorno la portarono in una terra magica, con dei colori quasi finti. Le sembrava di essere Alice nel Paese delle meraviglie, circondata da panorami che sembravano di cartone, cioè le sembrava che qualcuno li avesse preparati per lei dipingendoli su un foglio e glieli avesse fatti trovare apposta davanti. Era impossibile avere tutte quelle sfumature di verde in un solo posto. E poi verde, il suo colore preferito.

Dal più pallido al più acido, passando per quello scuro come la notte nascosta tra le foglie fino a trasformarsi in giallo in certi quadrati di terra, anche quelli sembravano ritagliati con la forbice da un paesaggista matto e affiancati tipo pezzi di un puzzle lungo la campagna. La ragazzina non sapeva più dove posare lo sguardo, anche il cielo pareva finto, perchè era partita la mattina presto sotto un cielo tutto grigio, ancora mezzo addormentato, e qui invece l’azzurro era esploso, servivano gli occhiali da sole per non inciampare in tutte quelle nuvole di zucchero filato e in quei lampi di sole gialli come il grano.

L’aveva capito, non poteva che trovarsi in una favola, in uno di quei libri di storie di fantasia con bellissime illustrazioni dipinti a mano, con l’acquarello, da una mano sapiente, e lei decise di lasciarsi trasportare. Voleva vedere di che storia si trattava. Ma come Cenerentola che deve andare al ballo e indossa solo gli stracci che usa in cucina, a lei presentarono un meraviglioso abito fatto di pasta. Sì, di pasta: mille farfalle di grano duro, posate su una candida stoffa bianca formavano il suo vestito, e mai ne aveva visto uno più fantastico e bello di quello. Decise di indossarlo subito, e le sembrava che ad ogni passo quelle farfalle svolazzassero da un posto all’altro dell’abito, per posarsi su una spalla o per formare una sottile cintura intorno alla vita.

No, ma sicuramente stava sognando, perchè si accorse di essere in ciabatte, ma a chi importava? Quell’abito era così lungo (su di lei così piccola) che nessuno avrebbe potuto vederle. Tutto ciò le ricordava molto i film di Tim Burton, come la Fabbrica del cioccolato, specie quando le si aprirono davanti agli occhi tubi di grano che danzava impazzito, gonne di spaghetti ancora caldi, e montagne di maccheroni in cui potevi farci anche il bagno (‘ma perchè non l’ho fatto?’ Si chiese poi lei). Si sentiva come il piccolo Charlie Bucket in un mondo fantastico e sapeva che quel giorno avrebbe potuto credere a tutto ciò che vedeva, perchè la realtà si fondeva con la fantasia.

Cosa vi avevo detto all’inizio? Che aveva paura delle giostre? Ecco, incantata così com’era a spalancare gli occhi davanti a tutto, non si accorse che ad un certo punto era finita sul tetto di una jeep, un fuoristrada che si arrampicava su tratturi impervi e fangosi (la notte prima aveva diluviato) facendola sbandare a destra e a sinistra. In un qualsiasi altro momento della sua vita avrebbe gridato ‘fatemi scendere!’ ma lì, attaccata al porta pacchi fino a farsi diventare le nocche bianche, la paura era scomparsa ed era diventata gioia, gioia di essere così in alto, da sola in mezzo a quella natura, e anche se ogni tanto gridava perchè la jeep si impantanava o perchè vedeva le salite pararsi davanti a lei e temeva di cadere giù dal tetto, l’adrenalina di quel momento ebbe il sopravvento su tutto il resto. Neanche si accorgeva di essere sul tetto di una jeep, persa com’era nell’ammirare tutto quello che aveva intorno. Enormi mulini a vento che sfioravano le nuvole, che si specchiavano nelle pozzanghere immerse in paesaggi di straordinaria bellezza.

Solo le ruote erano più alte di lei, ma non ci pensava e continuava a farsi portare, con il vento che le disfava i capelli e le riportava i canti di mille uccelli sparsi per i boschi che stava attraversando. Ad un certo punto si accorse di avere fame, ma ancora prima di dirlo, le avevano già servito ogni più piccola prelibatezza. Nemmeno se lo ricorda quante cose mangiò e quante cose mai sentite prima aveva potuto mangiare: germogli di aglio, cachi sciroppati, succhi di more, formaggi a forma di maiale, mozzarelle ancora calde, millepiedi di pane, minuscole amarene dolci come il miele e paste stranissime: addirittura uno spaghetto quadrato. Sì, quadrato, come solo nelle favole può essere. E forse perchè pensava alle scenografie di Willie Wonka le presentarono anche un intero tavolo di cioccolatini tipo Lego.

Lego perchè poteva decidere lei quali pezzi scegliere e assemblarli da sola, ognuno aveva un gusto diverso, dal pistacchio di Bronte alla cannella, e si incastrava perfettamente su un altro, alla nocciola delle langhe o al gianduja in infinite combinazioni. Altro che Forrest Gamp e la sua scatola di cioccolatini, questa fiaba era molto più bella perchè era lei che decideva quali gusti, e come abbinarli.

Non si era neppure accorta di essere scesa dal tetto della jeep che si ritrovò a correre a perdifiato nel campo di spighe più verdi che avesse mai visto, profumato, e reso chiassoso dal rumore delle mille api che abitavano i fiori che lo attraversavano. Mille papaveri in abito rosso da sera si stagliavano all’orizzonte e lei sapeva di trovarsi in un posto protetto perchè la nonna le aveva raccontato che solo nei campi trattati con amore e senza pesticidi i papaveri riesocno a sopravvivere, poichè sono creature delicate. Subito dopo aveva chiuso gli occhi perchè stava ridendo e anche senza guardare aveva capito di essere finita in un campo di camomilla, il profumo l’aveva travolta e stordita.

Tutte queste emozioni, questo correre a perdifiato l’avevano un po’ sfinita, e come in tutto questo suo sogno, ancora prima di dire che era stanca si trovò davanti una bellissima amaca di stoffa immersa in una giardino, con il cane più buono del mondo pronto solo a farsi accarezzare.

Così sdraiata iniziò a pensare a tutti i racconti che aveva sentito dalle persone incontrate in quella giornata (se fosse un sogno ancora non l’aveva ben capito) e si ricordò che le avevano detto che avrebbe incontrato delle persone ruvide, ma lei di ruvido sentiva solo il pelo del cane, perchè invece tutti erano stati deliziosi con lei, gentili e premurosi e non le avevano fatto mancare niente. Sentì brontolare qualcosa mentre si dondolava beatamente, ma si accorse che era la sua pancia a farlo, era già sera, e come in tutte le favole che si rispettino le si pararono davanti mille boccette preziose e colorate. ‘Ah, sono profumi’ pensò, ma quando una signora elegantissima le versò il contenuto di una quelle boccette sul pane capì che si trattava di olio, ma non olio come lo immaginate voi nel mondo reale, no, olio fantastico. Ce n’erano di tutti i gusti, quasi fossero gelati: allo zenzero, mandarino, mirto, limone, basilico, tamarindo, arancia, rosa, e lei si divertì ad assaggiarli tutti.

Stava scendendo la sera, e lei rimase sdraiata sull’amaca a godersi il tramonto e rimase a dormire in quella meravigliosa tenuta immersa nella lavanda e negli ulivi.

Non si ricordò neppure quanto tempo era passato, se aveva dormito, che giorno era. Si ritrovò davanti al suo pc, fuori era mattina presto, mentre scriveva del viaggio in Molise che aveva fatto grazie al Pastificio La Molisana, e capì che lo aveva scritto con il cuore perchè ad ogni frase le era scappato un sorriso ; )

Siete curiosi di scoprire anche la ricetta che Serena Oliva ha realizzato per il contest "In Molise siamo così"? Vi diamo qui un'anticipazione: Succhietti La Molisana34 su crema di burrata con fragole  e asparagi..scopritela su Cucchiaio di stelle.

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